IL NATALE IN SICILIA

 

  LA NOVENA DI NATALE NELLA VAL DI NOTO

Novena in Sicilia quasi sempre si associa solo al Natale e allo Zampognaro o Ciramiddaru. Da come testimoniano gli scritti del Netino Corrado Ferrara, almeno per quanto riguarda il periodo  metā  ottocento  primi  novecento,  le  Novene a Noto erano piu di una (Novena di S. Corrado Piacentino, Novena dell'Immacolata, Novena di Natale, Novena della Settimana Santa) ed erano suonate da suonatori ambulanti, Violino e Violoncello, detti uorivi (ciechi in fatto di musica). Questi nel periodo Natalizio, a differenza di coloro che in provincia di Catania e di Girgenti suonavano la ciaramedda davanti a qualche edicola o tabernacolo, suonavano la Novena di Natale davanti le porte e, non di rado, dentro le case di coloro che pagavano.

La Novena di Natale era suonata anche da alcuni componenti della  Banda Musicale.

Origini

Nel mese di Dicembre, dal 15 al 23, nella nostra zona, nei comuni di Avola Noto Pachino Rosolini Ispica, si č sempre suonata la NOVENA. Di questo tipo di attivitā musicale, svolta di porta in porta dai componenti della Banda Musicale locale, se ne ha gia notizia nel libro del 1908, "L'IGNOTA PROVENIENZA DEI CANTI POPOLARI in NOTO" del netino Corrado Ferrara che al capitolo "NOVENE" scrive:

"In su i primi di Dicembre un bandista divide a tutte le famiglie benestanti un manifestino che io riproduco qui integralmente:

  "Egregio Signore. Ricorrendo la festa del Santo Natale un gruppo di bandisti suoneranno un allegro per Introduzione ed accompagneranno con variazioni alcune strofette. Si porge viva preghiera alla S.V., perchč  ci usi la cortesia d'incoraggiarci e di  compatirci. Noto, 1° Dicembre 1896. Firma del CapoBandista"

Avola (Sr), Natale 1950, Novena porta a porta dei Bandisti. Foto tratta dal libro AVOLA IMMAGINI DI IERI di Paolo Florio.

 Pastorale o Ninnaredda tratta dal libro del Ferrara.

Repertorio

Questo manifestino testimonia che i brani della Novena fin dal 1896 erano due, un Galop e la Pastorale

"...l'allegro č un GALOPP  il quale serve per introduzione alla PASTORALE  o NINNAREDDA...."

e fino ai primi anni '90 ad AVOLA erano tali con la differenza che Galopp lo chiamavamo "Galoppo", ma a quanto pare in origine non era un GALOPP, infatti:

" ...l'uso della introduzione alla Pastorale rimonta a circa il 1845, epoca in cui il M° Antonino Ferrara, padre di chi scrive, venne a Noto. Egli fu il primo direttore della Banda cittadina e fece eseguire, per la prima volta, la Novena, avente per Introduzione un Coro dei Lombardi alla 1° Crociata. Meno male! un Coro dell'Opera Verdiana non č certo un Galopp. Mio fratello Carlo, direttore della musica di Pachino, fu il primo che abbia introdotto colā, l'uso della Novena. Ma errō. Per Introduzione fece pure un Galopp di sua invenzione, e la Ninnaredda, quella che si suona qui da noi."

La Novena di Natale ad Avola

Nell'immaggine qui a destra siamo ad Avola (SR). Si tratta della Banda Musicale di Avola che nel periodo Natalizio, dal 15 Dicembre al 23 Dicembre, suonano la Novena di Natale nelle principali piazze di Avola per conto del Comune. Inoltre nello stesso periodo, in seno alla Banda, si formano dai tre ai quattro gruppi di giovanissimi musicanti (da 4 a 6 componenti) che suonano la Novena porta a porta per tutte le 9 sere.

 

Natale 2004 Novena dei Bandisti ad Avola (Sr) Foto Sebastiano Nanč

UN REMOTO E UN RECENTE PRESEPE
Vincenzo Consolo

Fonte: www.press.sicilia.it
I testi e le foto sono tratti da:
"LA SICILIA RICERCATA"
bimestrale di cultura siciliana

Voci bianche di fanciulli e voci scure d'adolescenti, sopra le note dell'organo, lā dalla cantoria come dall'alto del cielo, precipitavano tra le navate, cadevano sopra i fedeli. I cherichetti, in tunica rossa e cotta bianca, si muovevano sul presbiterio a passo di danza, facevano oscillare il turibolo, spandevano fumi azzurri d'incenso. Tuonava con voce grave l'officiante lā all'altare, sotto il drappo che nascondeva il presepe, sotto la faccia di saraceno del santo eremita che troneggiava dentro il catino dell'abside: "Praecursor pro nobis ingreditur ... Ipse est Rex iustitiae, cuius generatio non habet finem ... "

Sera dopo sera la cerimonia in chiesa, il rito affollato di suoni, luci, odori, figure, colori. Si snodava in questo modo la novena, si procedeva atto dopo atto, verso la conclusione del gioioso dramma, verso il Natale, l'apertura del sipario, l'apparizione del Bambino, il fulgore d'ogni luce, il dispiegamento d'ogni canto, il concerto delle campane.


 

Diciamo d'un remoto Natale in un paese ai piedi dei Nebrodi, nella piana fitta d'ulivi e d'aranci, il mare di fronte con le Eolie fantasmatiche all'orizzonte e le boscose colline alle spalle, l'immenso Etna in fondo di nevi e caligini.

C'era stata, giā prima, tutta l'ansia, c'era stato il travaglio per preparare in casa il presepe. La ricerca di sugheri, legni, pietre, vetri, stagnola, cartoni, tutta l'ossatura del favoloso teatro, l'apparato di monti, valli, anfratti, fiumare, gole, grotte, la primigenia, la nuda creazione di un ritaglio del mondo.

E quindi, sopra il deserto, i segni dell'uomo, recinti d'ovili, casupole sparse, villaggi, masseria, casali, mulini, e la cittā sullo sfondo, alta incombente, la fortezza con mura merlate di un potere nefasto, di un re spietato che avrebbe introdotto nel quadro serafico la lama del male, la tragedia d'una Strage. La pelle poi sullo scabro apparato, il tenero muschio, smeraldo, raccolto lungo gli argini dei torrenti, sopra gli orli di gčbbie e lo spino pungente che diveniva nimbo sopra la Grotta, su cui si sarebbe adagiata, a fiocchi, la neve, avrebbero volteggiato in Gloria gli angeli. E prati, siepi, alberi - ginestre, fichidindia, corbezzoli, ulivi, palme -, cascate d'acqua, laghi d'argento. Nel notturno cielo di carta, stelle infinite, vie lattee, tenebrosi sprofondi e vividi sprazzi, l'arco della cometa che sovrasta e attraversa tutto il teatro. Il mondo animato infine, animali, uomini, divine presenze.

 

 

 

 

 

I pastori. Giungevano da santo Stefano di Camastra, il paese vicino dei "cretari", sortivano dalle fornaci dei Gerbino, dei Frantatonio, in cui si cuocevano giare alte e panciute come badesse (la giara di don Lolō dell'omonima commedia di Pirandello), scifi, brocche, piatti, mafarate, cāntari, lucerne ... Tutto vasellame d'uso, ma il solo oggetto di "delizia", d'ornamento che gli "stazzonari" si concedevano era la mastrangela, la madre degli angeli, un'ottocentesca damina bianca con sulle spalle le ali spiegate. Ed erano di delizia anche i pastori a Natale, per cui erano delegati i "carusi", gli apprendisti. Che modellavano con mano grande, maldestra, come quella del ragazzo "aspro e vorace" di Saba, ma che spalmavano i pastori con colori soavi, rosa, pistacchio, celeste, giallo, i colori dei "pupi" di zucchero, del marzapane, dei gelati.

Si disponevano sul presepe prima i pastori dei margini, delle baide ignare, quiete, non ancora investite e sconvolte dell'improvvisa Novella: la vecchia che fila, il contadino che zappa, il garzone tra le pecore al pascolo, il mugnaio, il maniscalco, il pescatore, il dormiente, l'infreddolito davanti al braciere ...

 

Al centro poi la luce e il moto, la danza degli angeli sospesi, il procedere in terra verso il luogo del prodigio, del richiamo, il convergere alla Grotta del miracolo: gli zampognari, gli offerenti, lo "spaventato", i Magi e, sulla soglia dell'antro, in piena luce, come sorti dal profondo, dal buio, l'asino, il bue, i due attori supremi, Giuseppe e Maria, chini, adoranti accanto alla mangiatoia ancora vacante. Un tempo lungo, di nove giorni, doveva trascorrere perché si concludesse il trionfo, con l'apparizione del bambino rosato, questo spettacolo.
 
 In questo tempo, dopo il rito liturgico, c'era la notte l'attesa di un'altra Novena, quella cantata sotto il balcone dai ciaramiddari, cantata dal cieco:
 
 Quannu Cesari jittavu lu gran
 bannu 'mpiriusu.
 'nta la piazza si truvava San
 Giuseppi gluriusu.
 
 questo il Natale di un paese ai piedi dei Nebrodi, il favoloso presepe della remota innocenza.
 
 Tanti altri presepi poi vedemmo, con occhi ormai di disincanto, dai pių preziosi del museo di Trapani ai popolari della Casa di Uccello. Ma ritrovammo per caso l'incanto, giā carichi d'anni e malizia, grazie a un presepe di Angela Tripi, questa erede incantata di Giovanni Matera.

Avvenne a Parigi, sulla piazza del Municipio, in un padiglione dove ogni anno s'appronta il presepe d'un paese diverso.

La crčche de Sicile era un fantastico assemblaggio dei monumenti, dei luoghi pių suggestivi dell'Isola. C'erano le chiese e i mercati di Palermo, i mosaici di Monreale, i templi greci di Segesta e di Agrigento, l'Etna fumante e il mare di Aci Trezza ... E i pastori, loro d'argilla e di stoffa, in umili panni o sfarzosi, ripetevano fisionomie, gesti, azioni, mobile com'era il presepe sonoro, di quel crogiolo di razze e di voci che č ancora la Sicilia.

"Ma dove siamo, in Oriente o in Occidente, siamo in Arabia o in terra cristiana? Cos'č questa confusione di monumenti, questa babele di epoche, lingue?" declamava la voce narrante. Eravamo in Sicilia, e la Nativitā era posta sotto le vele dell'abside, tra le colonne di una chiesa barocca diruta.

Concludeva la voce narrante: "Ecco il prodigio: č il riso del Bambino di Betlemme, dei bambini di Palermo e d'ogni luogo del mondo. E' l'amore, la pace, il messaggio antico e sempre nuovo del Natale".


Vincenzo Consolo